a
Trento
IL
RIFUGIO DELLA PAGANELLA
Dalla cronaca dell'Alto Adige del 1905
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La Paganella, detta anche la più
bella nella canzone omonima, è
sicuramente una bella montagna. Lo è
per i Trentini che ci vivono
praticamente sotto; lo è per chi la
frequenta nel tempo libero ma lo è
sicuramente anche per il viaggiatore
che, transitando in Val d'Adige,
alza distrattamente lo sguardo verso
la cima posta a circa 1900 metri più
in alto. Questo versante si presenta
ripido e scosceso, solcato da
profondi valloni con verticali
pareti e fasce boscose. A occidente
invece, la montagna è coperta da
fitti boschi che degradano
dolcemente verso la piana di Andalo.
La cima vera e propria, 2125 m.,
anticamente chiamata Sgalabò, è
costituita da un'altura tondeggiante
che si alza tra i mughi; questa cima
è leggermente spostata a nord dello
spalto arrotondato visibile dal
fondovalle detto La Roda.
Vista dalla Val d'Adige, La Roda è
fiancheggiata a nord dallo spigolo
degli Spaloti di Fai e dalle pareti
del Becco di Corno; a sua volta il
Becco di Corno termina in
corrispondenza della nera parete
della Val Trementina. A sud sono ben
visibili due speroni, detti Annetta
e Vettorato. La Paganella,
affacciata sopra Trento, ha sempre
rappresentato un punto d'attrazione
notevole. Lo testimoniano la
costruzione del rifugio sulla Roda
già nel 1908 e l'immediata sua
intensa frequentazione da parte di
alpini.
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La cima della Paganella, oggi, col rifugio e il
pieno di antenne delle varie televisioni
Il rifugio alpino sulla Paganella
inaugurato nell'anno 1908, ebbe allora, come succede del
resto anche oggi, delle disavventure costruttive che
dilazionarono l'apertura di alcuni anni. La società
Rododendro infatti, costituita fra gli impiegati dello stato
a Trento, contava di portare a termine i lavori molto prima,
come abbiamo trovato scritto in un interessante e romantico
articolo del dicembre 1905. Il bel rifugio, scriveva
Antonio Pranzelores,
richiamerà più spesso lassù alle verdi distese l'uomo a
bearsi della vergine natura..... A 101 anni di distanza oggi
ci rimane ben poco del rifugio e, purtroppo, le genziane ed
i rododendri hanno dovuto lasciare il posto a una giungla di
antenne della televisione. Un articolo che ho riletto con
grande piacere.......
..........I misteri, i poetici misteri della Montagna sono
svelati; l'alpinista, il linguista, il geologo, lo
scienziato in genere, tutti si sono uniti alla ricerca, e le
ultime bende anch'esse col tempo cadranno. Nella prossima
estate un bel rifugio richiamerà più spesso lassù alle verdi
distese l'uomo a bearsi della vergine natura. E' fatale. I
dilettosi errori, che Leopardi rimpiange sì soavemente nella
canzone"alla Primavera", stanno per scomparire
ovunque sulla terra, cacciati dalla urgente civiltà: anche
per l'alta cima in conspetto delle guglie di Brenta è
venuta l'ora, e, se il poeta sente dolorosamente svanire
l'incanto antico della selvaggia poesia, è mestieri compensi
la visione che si dilegua coll'altra - più propria a' tempi
nuovi dell'alpinismo fatto popolare, questa lieta e santa
vendemmia di salute, di pensiero, di ideale. "Paganella" è
il titolo, sbagliato, d'una bella pubblicazione che la
giovine e ardita "Rododendro" consacra
all'illustrazione della Gagia e dei suoi contrafforti,
mentre il reddito ne è destinato a vantaggio dell'erigendo
rifugioalbergo, che si troverà alla rispettabile altitudine
di metri 2016 sulla Cima Ruota (la "Roda"), poco
distante dalla Cima Paganella(m. 2124), e che sarà visibile
da Trenta e da tutta Val di Non. Si sa: quando si imprende a
studiare una cosa, è bene anzitutto conoscerne il nome
giusto e distinguerla dalle altre, come dicevano gli
scolastici: "qui bene distinguit" con quel che segue.
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Adesso capiremo perchè il titolo, come si disse, è sbagliato.
Fra gli escursionisti della città nostra si è ingenerato
l'uso di chiamare erroneamente così quel tratto di monte che
dalla bocca sopra S. Antonio si protende sino al
passo di Fai, che mette dalla Zambana in Val di Non,
mentre con quel nome va designato solamente il culmine
erboso di questo complesso, e invece tutta la montagna, dal
passo di Fai alla Sarca (è bene ricordare che Sarca è
femminile!), si chiama "Gaza" o, meglio, "Gagia" da "gagium"
(il dialettale "gaz"), specie di bosco. Faccio osservare a
conferma di quanto c'insegna il Cesarini Sforza che questo
termine si legge anche in un documento del 1355 riportato
dal Reich a pag. 20 dell'opuscolo che ci sta davanti, dove
apprendiamo anche che non si debba dire "Val Manara" quella
che scende alla Zambana, ma "Val Menara", certamente, credo,
da "menàr", scondurre il legname, come del resto vi si
pratica anche adesso (cfr.i "menadori" di Levico). Lo stesso
documento nomina la località di "Avisio": non
potrebbe il Reich, come ha fatto rettificare il nome di
Mezolombardo e Mezocorona, ottenere che al lume
dei documenti abbia a scomparire, nella lingua, l'idiotismo
dialettale "Lavis", al quale è incorporato l'articolo.
Anzi, più propriamente, invece di "Avisio", si dovrebbe
dire: " L'Avisio", come si dice: "La Vela" dal nome del rivo
omonimo. E l'etimologia del nome "Paganella", pare, dice il
Cesarini, prosaica. Di fatto dovrebbe derivare da un nome di
persona, da un umile Paganello di Fai, che lassù in
cima teneva un prato, "pratum Paganeli"... (docum, dell'anno
1333). Ecco, ab avo, la fortuna di questo nome. Seguiamo ora
il dr. Battisti, che ha voluto tracciare col Trenti,
l'intrepido conquistatore del Campanile Basso, la
direttissima "Trento-Roda di Paganella", che ora chiameremo
meglio "Ruota di Gagia", ove sorgerà il rifugio. Si infila
la romantica viuzza che dalla Vela conduce all'Ischia
Podetti, si sale sull'orlo che chiude verso Val d'Adige
le vallette della Fricca e del Dess, si monta sul Doss del
Ghirlo, si scende ai Laghi Alti di Terlago e, passato il
conoide di deiezione, che separa il Lago Santo dal Lago
della Mar, si sale direttamente per Val delle
Gnole ala Cima Ruota, tenedosi fra questa e gli "spaloti"
di Fai; tutto ciò in circa cinque ore. Il prof. Reich
risolleva in un curioso articolo la memoria di due "coveli",
di Fai e loverno. Il dr.Trener parla dei secreti di
questi monti, che sono i laghi senza emissario, le caverne
col ghiaccio perpetuo, "la vecia che brontola" e i
soffi d'aria in Val del Dess. Riguardo ai presunti emissari
ritengo si debba tener molto conto della sorgente della "tovara",
che anche il Trener nomina. Il lago della Mar contiene in
soluzione molto tufo calcareo ("tof"-"tovara"), che si
deposita in modo strano sul fondo e sulle sponde; c'è anzi,
forse in relazione a questo fenomeno, una credenza fra quei
montanari: "l'acqua del lac della Mar" - dicono essi
- "la è marza e no la pol portar né barche, né omeni, e
va tutt al fond..". La scorsa estate, nuotando
nell'incantevole laghetto, ho mostrato ai "malghesi" del
vicino casolare meravigliati che il loro non era altro che
un pregiudizio, e non ebbi altra sorpresa che quella di
sentirmi il giorno dopo sul corpo una lievissima, ma pur
sensibile, incrostatura del tufo predetto. La poesia di
quell'ameno recesso è accresciuta dalla narrazione che ha
fatto il Reich in un suo scritto dell'avventura di Giocchino
Murat, il quale dal campo francese a Terlago si recò
inosservato fra le truppe nemiche a visitare un conoscente a
Mezolombardo, passando per il selvaggio sentiero che mette
alla Zambana, una splendida e poco conosciuta escursione. Ed
ora arrivederci al rifugio nella bella stagione, in
primavera quando la gelatinosa soldanella contenderà il
posto alle nevi che si sciolgono, o in estate quando la
genziana e il rododendro avranno rapito l'azzurro agli
stellati firmamenti e il fuoco ai tramonti. Lasciamo intanto
che la Cima, non disturbata omai che dal gallo di monte e
dal mutevole roncaso, continui nel candido ammanto l'eterno
"flirt" coi Titani di Brenta schierati baldi e schietti in
falange col canuto duce alla sfida del Cielo.
Dicembre 1905.
Antonio Pranzelores
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La Paganella vista da casa mia ogni mattina che apro
la finestra |
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