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Escursione Nella Storia Trentina

a Trento

 

La famiglia nel Trentino: unità economica di affetto

 

Trento -15 - 11 - 2006 Storia


   

Guardando una vecchia foto si può vedere una famiglia tipica dei primi anni del secolo passato: una cucina non abbastanza calda (il bimbo è a tavola con la sciarpa); arredamento semplice, semplicissimi atteggiamenti, nei quali si intuiscono i ruoli di ognuno: il capofamiglia a capo tavola; una persona anziana, la nonna; una madre che serve i quattro figli e due parenti, forse le zie "amede". La parola sembra riprodurre, nell'uso paesano, il termine "zitella" che ha sempre avuto un sottile significato negativo, colei che non è "riuscita" a trovare un marito. E' espressivo il fatto che la parola derivi dal latino àmita, sorella del padre, quindi zia paterna o anche prozia.Anche se la foto non è datata, a giudicare dall' abbigliamento, vestiario, pettinatura, ecc., si può collocare fra le due guerre, quando ancora la maggior parte delle famiglie trentine aveva carattere contadino o artigianale e costituivano una comunità legata prima da rapporti affettivi, poi anche di legge (attraverso il matrimonio scrupolosamente benedetto dal rito religioso) e infine economico. Possiamo ritenere, senza tema di sbagliare, che prevalesse, nella nostra provincia, fino a qualche anno addietro, la famiglia coniugale estesa e qualche volta allargata anche a

non parenti. Ma la famiglia era soprattutto una comunità di affetto e la sede dell' educazione dei figli, per i quali la scuola si riteneva un dovere e offriva la prima forma di socializzazione, come si dice con una parola un po' presuntuosa, extrafamiliare. In realtà nell' ambiente domestico si imparava a rispettare le posizioni dei familiari: al padre si riconosceva l'autorità, in varia misura (per es. il capofamiglia trentino non era così "autorevole" come il Bauer dei masi chiusi altoatesini); seguiva, con maggiore influenza affettiva, la madre che, almeno nel periodo a cui ci riferiamo, era forse più carica di fatiche del marito: la preparazione dei pasti, le pulizie dei locali, spesso il governo degli animali, non di rado certi lavori di campagna non troppo pesanti le erano affidati e proprio in casa poteva essere aiutata dalla nonna e dai parenti (specie femminili) come le ricordate "amede". Spesso, se la casa era abbastanza grande, alle "amede" era riservata una stanza, che veniva rispettata come uno spazio privato qualche volta carico di ricordi, dalle fotografie alle immagini sacre ai soprammobili magari di preziosa eredità. C'erano naturalmente occasioni di grande, affettuoso significato: le feste religiose, specie il Natale; la prima comunione dei bambini; il matrimonio di un congiunto; la morte di un parente, tutti momenti di forte coesione, che confermavano le unioni tra famiglie legate dalla parentela solitamente consanguinea. Non mancavano neppure momenti di cooperazione, per esempio durante il raccolto (dalla vendemmia alla fienagione) il cui fine era la sussistenza della famiglia. Si lavorava non per contratto, ma per solidarietà; e, riguardo ai piccoli, anche per imparare inizialmente quasi giocando. Bisogna poi sapere che, secondo l'esperienza dei maestri d'un tempo, i figli dei contadini erano più bravi in aritmetica dei bambini che vivevano in città. Già, perchè mettere le patate nella "bina" era un modo per intuire la moltiplicazione; e "cernire i frutti" era una operazione che oggi si insegna all'asilo. Il contesto familiare era la sede di costumi e norme che investivano i rapporti fra le diverse età, fra i sessi, con i parenti, con gli estranei (anche i "foresti") e con le autorità (dal curato, al medico, al maestro). Comunque un genere di famiglia , come quella della foto, non è che fosse senza problemi. Scorrendo le statistiche del tempo si vede come molto pochi fossero i "signori"; il contadino, l'artigiano, il lavoratore mantenevano una famiglia povera. Non era miseria, soprattutto per il fatto che la scarsità di mezzi veniva vissuta con una dignità che oggi forse possiamo rimpiangere. Era una ingiustizia; ma la nostra gente, pur lottando, non esibiva mai quella degradazione che, appunto, si può chiamare miseria, la quale implica anche un decadimento morale. Vi era anche molta rigidità; ma non diremmo che, come è stato scritto qualche anno addietro, la famiglia fosse una prigione. In essa, più dei vincoli, prevalevano gli affetti per difendere i quali spesso la famiglia "taceva", dando luogo a quello che è stato chiamato il "silenzio contadino". I limiti alla libertà potevano essere certo una sofferenza; ma avevano anche una grande forza educativa e preparavano le nuove generazioni alla serietà. Lo stesso linguaggio, normalmente il dialetto, aveva una discrezione legata soprattutto al rispetto della sessualità e dei bambini ("tasi, che gh'è i popi!"). La religione era un fondamento, magari sfruttato dal potere, ma capace di dare quelle sicurezze che oggi non ci sono più. Occorrerà ricostruirle e sarà compito anche della scuola. Che cosa si può rimpiangere di quanto si intuisce nella foto. Non la panca; non "el fer dela fornasela", non "la coramela" né il fazzoletto da testa, ma la comunanza del progetto familiare, che consentiva compiti e responsabilità precisi e precisati, accettati e assolti, in funzione dell'impegno fondamentale della famiglia: la crescita e l'educazione dei figli. Non esiste una invenzione sostitutiva a meno che non si voglia contraddire un antichissimo ordine... "Crescete e moltiplicatevi". 

 

La famiglia in posa per la foto ricordo

 Ringrazio Franco Bertoldi, relatore

della "famiglia" sulla rivista

" Strenna Trentina del 1995"

  

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